Il deserto di Lawrence d’Arabia: Wadi Rum

Wadi Rum è il deserto di Lawrence d’Arabia e è stata la penultima tappa tappa del nostro viaggio in Giordania.

Sveglia alle 6 di mattina: il minibus passerà a prenderci alle 6.30 al nostro Hotel a Wadi Musa (Petra, Candles Hotel), tutto è già stato concordato con Attallah, il proprietario del Beduine Life Style Camp (consigliatissimo!), il campo dove dormiremo per due notti. Lo stinfio alla reception ci aveva detto che avrebbero preparato una breakfast box, da portare via ma il sesto senso dell’altro rintronauto, nonché la sua voglia di caffè ci hanno fatto scoprire che la colazione era stata allestita normalmente: corriamo nella sala colazione e iniziamo ad abbuffarci ma con dieci minuti di anticipo arriva il minibus, ci facciamo quattro piani di scale a corsa (il panico si sa è un cattivo consigliere) e saltiamo sul minibus. Dopo 1 ora e 30 minuti (7 JD a testa) arriviamo al Centro Visitatori: il bigliettaio entra direttamente sul bus e paghiamo i 5 JD caduno per l’ingresso. Da lì proseguiamo per il villaggio di Wadi Rum, dove la strada asfaltata finisce e inizia il deserto. Il villaggio è piccolo e polveroso e la luce delle otto del mattino lo rende ancora più poetico.

il villaggio di Wadi Rum

Abbandoniamo i nostri compagni di viaggio e entriamo nella casa-ufficio di Attallah che sta dormendo, ci procuriamo la password per il wi-fi e attendiamo navigando su internet. Dopo un po’ Attallah si sveglia e confermiamo gli accordi già presi tramite e-mail.
Attendiamo ancora un po’ l’arrivo della nostra guida con i cammelli: vogliamo arrivare al campo cavalcando per la prima volta un dromedario. Ne avremmo per un’oretta, ci ha detto Attallah (in realtà saranno 2). La nostra guida si rivela essere un bambino che dichiara di avere 14 anni con una datata maglietta dell’attaccante francese Hanry. Iniziamo la nostra esperienza a dorso di dromedario: quando si alza sembra quasi di essere su una barca travolta da un’onda, pensi di non farcela e di essere ribaltato e invece dopo un attimo ti ritrovi a due metri d’altezza a contemplare la steppa desertica.

Il deserto del Wadi Rum
Prendiamo confidenza con i nostri nuovi amici: il mio è più riottoso, e molto affamato mentre quello dell’altro rintronauto è tranquillo e soprattutto è a rimorchio del mio. Siamo estasiati. Ci avvolgiamo nelle nostre kefie portate da casa, per proteggerci dal sole cocente, oramai è mezzogiorno.
Dopo il primo chilometro però abbiamo iniziato a temere che le nostre gambe si stessero staccando e che solo il nostro troncone superiore sarebbe arrivato al campo. La nostra guida nel frattempo mi da fiducia e mi concede le redini della carovana e sale dietro di me. Tiro le redini e cerco di fargli seguire la pista che mi indica il bambino-guida.
Superiamo dromedari liberi che pascolano tranquillamente mangiando un tipo di cespugli erbosi che cresce qua, ogni tanto vediamo in lontananza passare qualche jeep. Le formazioni rocciose che si ergono ai nostri lati ci lasciano senza parole così come tutto il resto: l’aria che respiriamo, la luce, tutto è favoloso.
Un’ora e mezzo dopo arriviamo al campo. Sono provata, non riesco a camminare in modo decente ma almeno sono riuscita a non cadere a terra secca e dura. Non sento più le gambe. Al campo ci sono solo la nostra piccola guida e il cuoco.
Allestiamo un pic-nic nell’accogliente sala comune con le vivande portate da Wadi Musa (una scatoletta di tonno, una di sardine, una fetta di torta, un cetriolo, un merendino e due arance). Dei nostri zaini che dovevano arrivare prima di noi, nessuna traccia. Arriveranno alle 20, per un malinteso non sappiamo di che genere.

Fuori fa troppo caldo ed è impossibile uscire, non abbiamo nulla da leggere, rimaniamo nella sala comune a sorseggiare lo squisito e dolcissimo te beduino. Verso le 15.40 prendiamo il coraggio a due mani e con due litri d’acqua partiamo per una breve escursione a piedi nei dintorni del campo. Non ci allontaniamo più di tanto ma siamo soli in mezzo a quella bellezza mozzafiato.

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Saliamo su una duna, scattiamo fotografie, fatichiamo per fare poche centinaia di metri, in due ore finiamo tutta l’acqua e quindi torniamo al campo. Siamo sporchi di quella bellissima terra rossa che non se ne va. Non ce ne diamo pena. Ci sentiamo parte dell’ambiente.

Piano piano il campo si riempie. La luce rossastra del tramonto invade la valle e si riflette sulla sabbia, poi il sole sparisce dietro i costoni rocciosi, la luce accarezza ancora per poco le pietre del Wadi Rum, poi rimane il buio.

TranomtoE la nostra attenzione è spostata verso il cielo, delimitato dalle masse scure dei profili delle rocce. Non ci sono parole per descrivere il firmamento che c’è sopra di noi. Nel frattempo la cena è pronta. Le pietanze sono state cotte in un forno sotto la sabbia. Attallah intima a tutti di andare a vedere la riesumazione delle pietanze cotte. Come la solito ci facciamo riconoscere e stiamo per scatenare l’ira di Attallah con le nostre risate.
Poi è iniziato il buffet: insalata araba con e senza latte acido di capra, Hummus, minestra di lenticchie e di verdure, Mansaf con pollo e verdure cucinate nel forno sotto la sabbia (divino) e qualcos’altro che non ci ricordiamo. Dopo cena ci sdraiamo sui materassi disposti intorno al fuoco, le luci si spengono: finalmente si può osservare il cielo. Vedo una stella cadente grossa come un melone. I musicisti iniziano a suonare e a cantare tipiche canzoni beduine, tre allegri egiziani che sono arrivati giusto prima di cena si scatenano e iniziano a ballare, la festa si anima, beviamo teini a ripetizione e ci gustiamo questo cielo favoloso.
Alla fine esausti ci trasciniamo verso la nostra tenda: l’altro Rintronauto mostra di non aver capito nulla del deserto: la tenda è un forno e lui si mette a dormire in mutande e si impunta per lasciare la finestrina aperta. Dopo due ore la temperatura cala sensibilmente, il freddo inizia a pungerci ma non riusciamo ad opporci fino a che verso le 5.40 mi sveglio, semiassiderata e chiudo la finestra. Peccato che dopo 1 ora e 20 minuti suoni la sveglia.

Nonostante la nottata ci svegliamo felici e tonici: siamo i primi a presentarci alla colazione “en plein air”, Said, il cuoco, sta allestendo il bancone (che in realtà è un muretto) con uova lesse, latte acido di capra, crema di lenticchie, marmellate, formaggini, una specie di torrone ecc… .
Oggi abbiamo in programma il Jeep Tour di tutta la giornata con pranzo compreso.

la grande duna (sulla sinistra)La nostra guida ci fa salire sul cassone del pick-up e dopo essere stati immortalati in una foto ricordo da Said, che oltre ad essere un ottimo cuoco si rivela anche un grande fotografo, iniziamo il tour.
La prima tappa è un canyon con iscrizioni nabatee e arabe.

Usciti troviamo ad aspettarci Attallah che come ci aveva anticipato la sera precedente ha portato con se i nostri compagni di tour: un giapponese e un ragazzo di Honk Kong.

Il tè beduino
Dopo una pausa te in un bivacco nei pressi della gola, ripartiamo alla volta di una grande duna di sabbia giallastra per fare il sand-boarding.

La jeep e lo snowboard

Arrivati alla duna l’altro rintronauto si impossessa della tavola e inizia a salire, noi tre lo seguiamo a ruota, non pensando che qualcuno poi dovrà riportare la tavola su. Ci fermiamo a metà e attendiamo disciplinatamente ognuno il proprio turno, facendo ruotare le macchine fotografiche. Ci divertiamo un mondo ma la fatica della risalita è tale che ci accontentiamo di una discesa per uno.
Ci dirigiamo poi alla sorgente di Lawrence, una pozza putrida ma molto importante per l’approvvigionamento idrico del Wad Rum. Per vederla ci arrampichiamo faticosamente sulla parete rocciosa per circa cento metri. Poi andiamo a vedere altre iscrizioni nabatee. Il nipponico guardando l’incisione che raffigura in modo sproporzionato un cammello ci chiede con la voce di Giacobbo: “What is this animal?” lui infatti non ci vede un cammello ma un dinosauro.

Iscrizioni nabatee e arabe
É la volta della big dune, su cui non ci arrampichiamo perché il sole di mezzogiorno ci sta stordendo, poco più in la la guida ci lascia all’ingresso di un altro canyon e ci dice che ci aspetterà dall’altra parte. Ci incamminiamo a piedi. La nostra strana comitiva arranca con poca eleganza, in silenzio: tutti noi sapevamo che il primo a fare le spese della spedizione sarebbe stato il ragazzo di Honk Kong.

Nel canyon troviamo una piccola anguria e qualche albero di fico già depredato dei suoi frutti. Uccellini cinguettano e volano sopra di noi, le lucertole sono ferme a prendere il sole. Siamo in una piccolissima oasi. Alla sua fine vediamo una stuoia stesa in terra e la guida che sta cucinando il nostro buonissimo pranzo su un piccolo fuocherello. Invidiamo la sua abilità beduina di non sprecare risorse.
Dopo la pausa risaliamo sul cassone e sfrecciamo nel deserto. Il vento ci ristora dal caldo, guardiamo in ogni direzione con aria ebete e affascinata. Sappiamo che ricorderemo con nostalgia questa giornata di pace e tranquillità. La nostra quotidianità, il nostro mondo sono lontani anni luce. È come essere su Marte.
Ci soffermiamo a fotografare una roccia a forma di fungo, detta “il fungo” (senza molta fantasia), ciò che resta della casa di Lawrence d’Arabia (un muro) e arriviamo al ponte di roccia, il luogo più affollato di tutto il Wadi Rum. Ci arrampichiamo fino a salirci sopra.

Ponte di roccia

Sarà a trenta metri di altezza. Ci facciamo scattare una foto di gruppo. Dal basso un ragazzo dall’accento palesemente romano ci grida “It is beautiful!”. Rispondiamo con un “Grazie!”.
Riprendiamo a sfrecciare nel deserto fino ad arrivare ad un enorme duna di sabbia rossa sulla quale saliamo, come sparati, fin sulla vetta, tra i nostri gridolini da scolarette. La nostra guida ci scatta fotografie da matrimonio.

Duna
Torniamo al campo polverosissimi come non mai (abbiamo la sabbia rossa anche nel naso) e veramente estasiati dalla giornata: il wadi rum ci ha stregato non solo per i suoi paesaggi magici e mozzafiato, per il suo silenzio irreale, per le sagome nere che di notte si stagliano sul cielo stellato (bellissima la via lattea), per i dromedari liberi al pascolo, per il suo clima, per la varietà cromatica che ha in base alla luce del sole, per l’invadenza di quella sabbia rossa che si attacca ovunque, per i bellissimi tramonti e le albe spettacolari, ma anche per la sensazione di essere fuori dal tempo e dallo spazio, in un luogo in cui gli affanni del nostro tempo ci sembrano ancora più vani.
La cena è ancora una volta gustosissima.

Ultimo tramonto
Mi sveglio prima del sorgere del sole, è freddo. Esco per assistere all’alba e scattare qualche fotografia. Mi tolgo le infradito e cammino con i piedi nella liscia e fresca sabbia.
Facciamo colazione guardando per l’ultima volta le montagne rosse e il cielo limpido e azzurro di fronte a noi. Torniamo al villaggio con uno dei due pick-up partiti dal campo. Presto inizia una folle corse tra i due equipaggi sulle le piste del deserto che per poco non si conclude con un incidente. Folle Wadi Rum.
Saldiamo il conto (140 JD in due comprensivo di tutto). Lasciamo il villaggio a bordo di un taxi che dividiamo con i nostri storici compagni di avventure, il giapponese e il ragazzo di Honk Kong. 7 JD a testa per arrivare davanti all’ufficio della Jett Bus a Aqaba. Prendiamo il pullman delle 11 per Amman (8,80 JD a testa). Avremmo voluto fermarci almeno qualche ora, ma è venerdì non c’è niente di aperto, è un caldo impossibile e abbiamo con noi i nostri zaini.
Così saliamo su un autobus a due piani che pensavamo fosse lì per essere rottamato. Partiamo. Siamo scomodi e il pullman è sudicio. Arriviamo ad Amman quattro ore dopo (senza mai una sosta e senza il bagno a bordo) storditi dal passaggio repentino dalla calma al caos.

Goodbye Wadi Rum!

Wadi Rum

 

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