Siamo stati a Varanasi?!?

Non è che non mi è piaciuta Varanasi, sono io che non sono piaciuta a lei“.

 

Varanasi

Con questa affermazione Lisa ha brillantemente riassunto la nostra opinione su questa città, bella a suo modo, ma purtroppo per noi ce la siamo goduti poco.

Siamo arrivati a Varanasi con un volo da Johdpur ancora malconci per i disturbi intestinali rimediati qualche giorno prima a Jaisalmer, ma tutto sommato in via di guarigione. Nutrivamo molte aspettative su questa città sacra adagiata sulle rive del Gange, già ci pregustavamo una bella gita in barca per osservare i suoi famosi ghat e respirare la sua spiritualità, ma…  non è andata così. Purtroppo nei giorni precedenti il monsone ha colpito duro, i ghat erano sommersi e la polizia aveva proibito ai barcaioli di navigare sul Gange per via delle forti correnti.

Varanasi

Questo comunque inizialmente non ci ha scoraggiato e sistemati in un orrenda guest house (Ganga Love, non ci tornerei manco morto) partiamo con l’esplorazione.

Certo i ghat di Varanasi un po’ di fascino lo perdono se allagati, ma il marasma dei fedeli che si accalcano nei pochi punti asciutti per raggiungere il Gange ancora accessibili è meraviglioso.

Siamo ancora in pieno Shiva festival quindi intorno a noi è un turbinio di abiti arancioni e musica tekno sparata a palla.

VaranasiVaranasi

Iniziamo la visita dall’Assi ghat e poi risaliamo tra la miriade di vicoli cercando la giusta via verso il fiume. La vita scorre intorno a noi, tutti ci sorridono e ogni tanto qualcuno attacca bottone (la norma in India).

Ci soffermiamo presso un piccolo e anonimo ghat: i ragazzini si tuffano spensierati, i barcaioli svuotano le barche dall’acqua e intraprendono una battaglia persa con le scimmie che tentano di saltarci sopra, un tizio in mutande sciacqua lo spazzolino nel Gange (!!) e si lava i denti ,un altro recita i suoi mantra ignorando il resto del mondo. Questo è stato il momento più bello del nostro soggiorno a Varanasi.

Ci avviciniamo al ghat con annesso crematorio, la morte qui ha un significato diverso, nessuno piange, sembra un po’ una catena di montaggio: arriva il morto su una barella avvolto in un telo, i presenti recitano mantra e preghiere, si pone la salma nel crematorio e avanti un altro.

Varanasi è terribilmente sporca, rumorosa e affollata, i vicoli della città vecchia sono una specie di oasi di pace. Arriviamo al Dasaswamedh ghat e veniamo risucchiati dalla folla di fedeli (ma sono tutti qui?) che ci spinge fino alla riva, rimaniamo come ipnotizzati a osservare la variopinta folla che prega, beve, mangia, ride e scherza mentre offre la sua offerta al fiume sacro, per noi occidentali uno spettacolo sicuramente inconsueto.

Varanasi

A differenza di Pushkar a Varanasi è tutto caotico. Mentre cerchiamo di raggiungere il famosissimo ghat Manikarnika e le sue pire funerarie un fortissimo acquazzone ci investe; in venti minuti i vicoli diventano torrenti e tutti cercano un posto per ripararsi divertendosi un sacco, sarebbe un momento divertente anche per noi se non fosse per le fogne a cielo aperto che riversano i liquami nei suddetti torrenti e ci obbliga a cambiare spesso percorso.

Varanasi

Torniamo alla guest house fradici e Lisa comincia a sentirsi male, in poco tempo le sale un febbrone da cavallo e io vado un po’ nel panico, soprattutto perché sto bene e abbiamo mangiato e bevuto le stesse cose, quindi di intossicazione alimentare non si può parlare. L’orribile camera (deluxe, pare) è stata allagata, quindi cerco il folle proprietario della guest house per farcela cambiare (siamo gli unici clienti) e nonostante gli abbia spiegato la spiacevole situazione risponde sempre con un: “Relax! This is Ganga Love!”. Avrei voluto pestarlo, lo ammetto. Meno male la moglie, sapendo probabilmente della pazzia del marito mi manda il figlio di una decina d’anni, l’unico a parlare un po’ di inglese che mi assicura che la camera verrà cambiata in mezz’ora al massimo. Lisa è KO, fortuna vuole che nel frattempo arrivano tre ragazzi spagnoli che mi vedono un po’ sconfortato e dopo avergli spiegato la situazione salta fuori che una di loro è infermiera!!! Subito visita Lisa e mi sommerge di medicinali. Ceno con loro per ringraziarli e Lisa finalmente comincia a stare meglio. Il giorno dopo la febbre è calata fino a livelli accettabili.Varanasi

Così solo soletto vado all’unico caffé con wi-fi funzionante nei paraggi per poi finalmente proseguire verso il ghat Manikarnika. Mentre passeggio mi fermano in parecchi per scambiare due chiacchere o per farsi un selfie con me (all’inizio è strano, poi ci si abitua) e non so perchè dei magrissimi e barbuti devoti di non so quale divinità (brutta bestia l’ignoranza) mi fermano e mi stringono la mano con fare solenne e con una sorta di sguardo di approvazione. In pratica per fare un paio di chilometri al massimo ci metto quasi 2 ore. Nei pressi della mia meta trovo un’affollatissima processione di fedeli di Shiva che bloccando tutti i vicoli mi fa desistere; per ora niente ghat Manikarnika. Nel pomeriggio ritento, ma un temporale peggiore di quello del giorno prima mi investe a metà strada e rimango bloccato un bel po’ in un cafè. Torno indietro, ancora niente ghat Manikarnika.

La mattina dell’ultimo giorno Lisa sta benino e giriamo insieme nella città vecchia di Varanasi (Godaulia) ci rilassiamo un po’ al Shivala ghat vicino alla guest house e ci incamminiamo verso la solita meta: l’ormai leggendario ghat Manikarnika. A un passo dalla meta l’intestino di Lisa fa i capricci e decide di tornare indietro, io non voglio e non posso rinunciare anche stavolta!! Il cielo è sereno, la pioggia stavolta non mi fermerà!! Mi incammino da solo e mi perdo, un ragazzotto mi vede spaesato e si offre di accompagnarmi. Facciamo le solite due chiacchere e arriviamo finalmente a poche decine di metri dal Manikarnika.Varanasi

Avvicinandosi l’atmosfera si fa densa e oscura, pare di essere piombati in un aldilà mitologico, s’incontrano venditori di legna, di sacchetti di polvere di legno di sandalo, di burro chiarificato, di serici sudari funerari, di urne di terracotta. L’odore dei corpi bruciati e il fumo nero che si leva dalle pire fa bruciare gli occhi e tossire.

Un tizio mi avvicina e mi blocca: vuole un offerta per il tempio sennò non posso proseguire. Vedo altri turisti che si avvicinano senza proferire nessuna offerta obbligatoria sicché inizialmente lo considero poco. Il tizio diventa insistente e mi prende per un braccio, me lo scrollo di dosso e arrivo al forno crematorio, non faccio in tempo nemmeno a fare una foto che comincia a urlarmi contro strattonandomi con forza, vince lui, lo saluto e tento una finta ritirata, se mi allontano magari prenderà di mira qualcun’altro. Qui succede l’irreparabile: il tizio mi colpisce con un bastone sulla gamba e non ci vedo più dalla rabbia, lo sollevo e lo lancio un po più in là; in un attimo una decina di uomini mi strattonano e mi cingono, forse nemmeno hanno capito nemmeno che è successo, ma il tizio era piuttosto terrorizzato. Fortuna vuole che il ragazzotto che mi aveva accompagnato era ancora nei paraggi e in qualche modo cerca di aiutarmi nel marasma che avevo creato, il suo intervento per un attimo distrae i miei assalitori così riesco a divincolarmi; scappo veloce come un leprotto e dopo un po’ gli ultimi inseguitori desistono. Arrivo al café dove Lisa preoccupatissima mi aspetta (sono passate un paio d’ore) e saggiamente le dico “Basta, andiamo via“. Insomma non è stata proprio una bella esperienza.

 

Varanasi

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