Luang Prabang

Luang Prabang, l’antica capitale del Laos e oggi Patrimonio Mondiale dell’Umanità, ci ha conquistati fin dal primo sguardo: i suoi edifici in stile coloniale con le pareti bianche, i tetti rossi e le decorazioni di teak marrone e in oro sono circondati dal verde intenso delle foglie di banano, dai robusti e invischianti baniani e dai frangipane. La città trasuda suggestioni di un antico passato, l’armonia delle sue basse costruzioni a due piani, della vegetazione e dei templi ci avvolge in un abbraccio non appena scendiamo dal tuk tuk che ci ha portato dallo scalo della slow boat sul Mekong al centro (prezzo fisso 20.000 kip a testa).

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A Luang Prabang la giornata inizia alle prime luci dell’alba: non si sentono rumori o il vocio sommesso delle persone, tutto inizia in silenzio. I negozi e i ristoranti turistici sono tutti chiusi. A quest’ora si vedono solo i locali e qualche viaggiatore mattiniero che è sceso in strada per assistere al Tak Bat, l’affascinante cerimonia delle offerte mattutine. Man mano che il sole si alza nel cielo i turisti aumentano e si disperdono con un ritmo ciclico. I laotiani scappano dopo la fine della cerimonia diretti a lavoro sui loro motorini.

Una delle prime cose che ci ha colpito di Luang Prabang, e del Laos in generale è che ci sono pochissime automobili e quelle che ci sono in genere sono super macchinoni. La maggior parte della popolazione gira in scooter, in due, in tre o in quattro: gli scooter sopportano il peso anche di intere famiglie, un po’ come era in Italia fino a qualche anno fa (in alcune zone usa ancora fare così).

Luang Prabang

Sulla strada principale tutti i pomeriggi e tutte le sere (fino alle 22/22.30 circa) si tiene un mercato d’artigianato veramente interessante e ideale per acquistare souvenir tipici: ombrellini di carta fatti a mano, tè e caffè laotiani, borse, vestiti, liquori con serpenti dentro, bracciali, collane e le immancabili t-shirt. Ricordatevi che è sempre bene trattare, probabilmente acquisterete l’oggetto a metà del prezzo propostovi inizialmente. Noi abbiamo fatto incetta di un mucchio di cose, tutto è fatto a mano ed è stupendo.

Luang Prabang

Il primo giorno, subito dopo colazione decidiamo di salire sul Phu Si, la collinetta che domina Luang Prabang. Ci arrampichiamo con fatica sulla scalinata che ci porta in cima: l’umidità è già altissima. Il That Chomsi (ingresso 20.000 kip a persona), uno stupa dorato alto circa 24 m, domina tutta la città. Da lassù si aprono favolosi panorami su Luang Prabang, il Mekon, il Nam Khan e la campagna circostante. Prima di arrivare al tempio sulla destra vedrete un piccolo tempietto in legno, il Wat Pa Huak, risparmiato dalle distruzioni e da restauri troppo avventati.

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Se si accede dal lato meridionale o orientale è possibile arrivare anche ad un piccolo santuario (Wat Siphoutthabat Thippharam) che custodisce un’impronta del Budda fatta sulla nuda roccia. L’impronta ha delle dimensioni giganti.

Ponte di bamboo, Luang Prabang

Dopo aver girato senza meta ci dirigiamo verso il ponte di bamboo che avevamo visto la sera precedente. Abbiamo avuto fortuna, non essendo ancora iniziate le vere piogge monsoniche il ponte è per ora riuscito a sfuggire al suo destino e noi lo abbiamo potuto vedere e attraversare. Di solito infatti le piene del fiume Nam Khan lo travolgono e ne spazzano via i resti. La popolazione poi lo ricostruisce a gennaio a fine stagione delle piogge, in tal modo per passare da una sponda all’altra non sono costretti a fare il giro largo per prendere il ponte in muratura. Fino alle 18 circa il suo attraversamento richiede il pagamento di un pedaggio (5.000 kip a testa). Mentre lo percorriamo un uomo rientra con la sua barchetta da una battuta di pesca che non sembra essergli andata molto bene.

LA SPONDA DEL NAM KHAN, IL LAOS RURALE A DUE PASSI DA LUANG PRABANG

Nam Khan, Luang Prabang

Sbuchiamo presso il caffè Dyen Sabai e in fondo alla strada svoltiamo a sinistra. Da questa parte del fiume ci sono solo alcune ampie case, in muratura o in legno e un paio di guesthouse, il tutto circondato da banani e frangipani. Mano mano che proseguiamo le abitazioni diventano sempre più rare fino a che non scompaiono. Appena attraversato un ponte in muratura la strada diventa sterrata, continuiamo ad avanzare tra la polvere gialla che ci si appiccica alle gambe sudate, è anche uscito il sole. Dopo circa 2 km raggiungiamo il villaggio di Ban Xang Khong (dove la maggior parte degli abitanti si dedica alla tessitura con telai a mano) e poi quello di Ban Xang Khonghas. Bambini giocano scalzi per strada, un uomo stende la sua rete da pesca ad asciugare al sole, forse ieri mentre eravamo sulla slow boat lo abbiamo fotografato mentre chino, la tirava sulla barca. Ci sembra strano distare così poco da Luang Prabang, c’è bastato camminare un po’ per scoprire il Laos rurale che non credevamo avremmo potuto vedere durante questo viaggio.

Luang Prabang

Attirati da un laboratorio artigianale di carta entriamo a dare un occhio e scegliamo delle bellissime tele dipinte a mano (in realtà il dipinto non è su tela ma su una carta spessa e grossolana) . Fuori nel frattempo si alza un vento impetuoso e improvviso che qui anticipa la pioggia, mentre paghiamo sentiamo uno scroscio fortissimo, la pioggia è talmente violenta che non riusciamo a vedere dall’altro lato della strada. La proprietaria ci porge due panchetti di vimini intrecciati a mano e noi ci sediamo ad attendere sotto il portico con l’artigiana che si occupa del telaio della carta e con una ragazza più giovane che sta confezionando delle cornici anch’esse di carta. Questo è uno dei ricordi più belli di questo viaggio, una scena semplice ma stringente un momento di riflessione forzato che ci è piaciuto molto.

la carta artigianale, Luang Prabang

Quando la pioggia è passata torniamo sui nostri passi sperando di non prendere un altro bell’acquazzone. Lungo la strada del ritorno ci siamo fermati al Wat Pakha Xaingaram, la Lonley Planet ci aveva incuriosito: parla infatti di un tempio in rovina, ma quando lo troviamo ne siamo un po’ delusi è solo un tempietto abbandonato all’interno di un più vasto wat frequentato. Più interessante ci è sembrato il Wat Phonsaat, sulla sponda del fiume Nam Khan. Mentre passeggiavamo lungo la strada sterrata abbiamo sentito un ritmo sordo dato dal battere sul tamburo, seguiamo il suono lungo un sentiero sporco e stretto e ci troviamo di fronte ad una piccola entrata del tempio: un monaco con la sua tunica color zafferano suona il gong mentre un altro più distante è seduto ad osservare l’acqua del fiume che scorre.

Luang Prabang

SECONDO GIORNO

Il secondo giorno ci alziamo di buon’ora per assistere alla cerimonia del Tak Bat, dopodichè prendiamo a nolo due biciclette (10.000 kip al giorno l’una) con le quali scorrazziamo per la città: inizialmente facciamo il giro della penisola tra i due fiumi, visitiamo il Wat Xieng Thong (entrata 10.000 kip ), l’unico tempio a Luang Prabang che fu risparmiato dalla furia delle Bandiere Nere. Il tempio e molto bello: con decorazioni oro sono rappresentate su uno sfondo nero scene di battaglie e guerre a noi sconosciute. Vediamo anche una splendida imbarcazione cerimoniale circondata da splendidi Budda di legno.

Luang Prabang

D’un tratto ci ricordiamo che avevamo intenzione di recarci al mercato mattutino, inforchiamo le nostre bici e partiamo. Il mercato è piccolo ma molto interessante a dimostrazione dell’economia di sussistenza della nazione, i banchi sono costituiti da una semplice stuoia distesa in terra. C‘è chi vende verdure, pesce essiccato di tutte le fogge e misure, fresco o meno fresco (a giudicare degli occhi), c’è chi vende rane vive, tartarughine, chi larve, chi cucina sui bracieri portatili, chi frigge tortini di riso e li dispone in un cono di foglie di banano, chi espone frutti di ogni tipo, chi vende strisce di legno e trucioli che sono usati come aromatizzanti in cucina, ma non vanno mangiati, chi vende spezie, funghi, secchi, caffè, tè. Siamo affascinati da queste mercanzie esotiche e inusuali per noi occidentali ma siamo anche incantati dagli abiti e dai volti di chi sta dietro le bancarelle. Chissà quali storie hanno da raccontare.

Luang Prabang

Visitiamo il Palazzo Reale per la non proprio modica cifra di 30.000 kip. All’interno non è possibile fare fotografie e portare zaini, inoltre si devono avere spalle e ginocchia coperte.

La sala dei ricevimenti è completamente rivestita in teak rossiccio ed è dominata dal trono su cui si sedeva il monaco/maestro di cerimonia. La seconda sala è riccamente affrescata con dipinti vivaci che ricordano molto lo stile di Gaugen e che ci mostrano l’aspetto del Laos nel XIX secolo. Molto bella è la sala del trono, decorata con specchietti colorati che compongono scene di battaglie. La camera del re e della regina sono molto sobrie mentre quella dei bambini ospita una collezione di strumenti musicali tradizionali. In un edificio esterno sono osservabili anche le automobili del re.

Finita la visita recuperiamo il nostro zaino e partiamo all’esplorazione della periferia: troviamo un quartiere pieno di edifici coloniali, un parco con una statua del dittatore, un piccolo Luna-Park con una ruota mini, probabilmente risalente agli anni’50, troviamo un’altra statua del dittatore. Scorrazzare in bicicletta in questa città stupenda tra i banani e i frangipane ci è piaciuto tantissimo. Siamo stanchi ma sono solo le 14. Ci concediamo un riposo veloce alla guesthouse e alle 16 ripartiamo.

Luang Prabang

LA SPONDA DEL MEKONG, DOVE I TURISTI NON ARRIVANO

Vogliamo andare sull’altra sponda del Mekong. Per farlo montiamo con le bici rosse fiammanti direttamente sulla chiatta che ci trasporterà sull’altro lato (5.000 kip a testa e 5.000 kip per una bicicletta, il biglietto si fa sulla barca, l’imbarco è dietro il Palazzo Reale).

L’altra sponda è molto più polverosa di quella da cui arriviamo. In cima alla ripida salita c’è il villaggio di Muang Chompet. Con soli cinque minuti di traghetto siamo stati catapultati in una realtà completamente differente. Svoltiamo subito a desta sull’unico stradello asfaltato e davanti a noi appaiono una serie di esempi di vita laotiana: le donne cucinano chine sui loro bracieri all’aperto, i bambini al solito giocano scalzi, le galline, i pulcini e i galli razzolano liberi, qualcuno fa acquisti in qualche emporio. Il solito vento impetuoso si alza, alziamo gli occhi al cielo proprio mentre iniziano a cadere i primi schizzi. Ci ritroviamo così nuovamente imbegati sotto una pioggia a dirotto e ci rifugiamo sotto la tettoia di un emporio.

Luang Prabang

Quando la pioggia si placa indossiamo i k-way e ce ne andiamo ringraziando per l’ospitalità. Andiamo al Wat Chompet (10.000 kip a testa), saliamo i 123 gradini ed arriviamo in cima al bellissimo tempio diroccato. Da quassù Luang Prabang è ancora più bella, i colori sono ancora più vividi per la recente pioggia. Continuiamo a pedalare sulla strada motosa, ci allontaniamo dall’abitato per poi tornare sulla strada principale su cui si affacciano anche una manciata di bancarelle. Siccome le nuvole nere si stanno sempre più radunando sulle nostre teste a malincuore decidiamo di tornare sul nostro lato del fiume. L’ultimo suv che esce dalla chiatta prima che possiamo salire a bordo rimane impantanato. Ogni suo sforzo per uscirne, mostrando indifferenza, lo mette sempre di più nei guai, alla fine rimane incastrato anche su un perno del ponte della chiatta. I membri dell’equipaggio risolvono il problema divellendo a martellate il perno. Il suv se ne va scuffiando ancora un paio di volte e rischiando di finire nel fiume.

L'altra sponda del Mekong, Luang Prabang

Appena arriviamo in camera riprende il diluvio, siamo stati fortunati!

Luang Prabang è una città che merita almeno due giorni, due giorni e mezzo e anche se avrete visto tutto ciò che vi può offrire sarete ugualmente dilaniati dal dispiacere di allontanarvene. I laotiani sono riusciti a riappropriarsi di questa città coloniale e l’hanno resa unica e indimenticabile, un luogo dove ci si sente accolti anche senza l’estrema gentilezza del popolo thai, un luogo dove in cuor vostro vorrete tornare e il cui ricordo offrirà sempre un riparo sicuro alla vostra mente. Qui tutto è armonia, il rosso, il bianco e l’oro dei templi, il verde intenso delle foglie giganti del banano, i fiori rossi, gialli e bianchi, le radici che cadono dagli alberi come liane, il ritmico battere sul gong.

Luang Prabang

I laotiani sono poveri, e sopravvivono soprattutto grazie ad un economia di sussistenza, anche se a Luang Prabang molti sono impiegati nel turismo e riescono a portare a casa uno stipendio. Questa differenza è chiaramente visibile se decidete di esplorare le due sponde opposte alla città, quella sul Mekong e quella sul Nam Khan, dove i turisti non arrivano e dove potete provare a conoscere il Laos per quello che è veramente.

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Luang Prabang

ciotole ad asciugare, Luang Prabang

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